You have now logged off

Login

INDIETRO

Influenza ed eventi cardiovascolari: quale legame?

Le patologie respiratorie di natura virale causano infiammazioni che possono costituire un fattore di rischio per l’insorgenza di eventi cardiovascolari, come infarti e ictus.

 

Si stima che in Italia, ogni anno, oltre 200.000 persone perdano la vita a causa di patologie cardiovascolari, legate cioè al sistema circolatorio: tali disturbi si configurano così come la prima causa di morte nel nostro Paese, con molti più decessi rispetto all’insieme di tutte le patologie tumorali. Una situazione che, peraltro, è in linea con quella di quasi tutti gli altri Stati membri dell’Unione Europea (ad eccezione di Danimarca, Francia, Paesi Bassi e Regno Unito, in cui la principale causa di morte è rappresentata dai tumori). In totale, i disturbi cardiovascolari sono responsabili di più di un terzo delle morti in Europa.

Le patologie cardiovascolari costituiscono un gruppo di disturbi piuttosto eterogeneo, a cui appartiene ad esempio l’infarto del miocardio (il tessuto muscolare del cuore). L’infarto di solito è causato dalla formazione di un agglomerato di sangue coagulato, detto trombo. Il trombo provoca l’occlusione di un’arteria causando un’interruzione dell’afflusso di ossigeno e sostanze nutritive al cuore, detta ischemia.

Un particolare tipo di ischemia è quello che interessa i vasi sanguigni che riforniscono il cervello, o che sono situati in esso: in tal caso si parla di ictus. Se non ricevono ossigeno e nutrienti per un periodo prolungato, i neuroni dell’area cerebrale riforniti dal vaso sanguigno che ha subìto l’ictus vanno in uno stato di ipossia, e poi muoiono. Tali eventi cardiovascolari possono quindi causare disabilità di natura fisica e/o cognitiva, che possono essere o meno reversibili a seconda di diversi fattori (tra cui l’entità del danno cerebrale provocato dall’ictus, cioè di quanti neuroni sono morti, la tempestività di intervento e di inizio della fase di riabilitazione).

Esiste una serie di comportamenti e situazioni fisiologiche che sono state identificate come fattori di rischio "a lungo termine" che aumentano la probabilità di incorrere in un evento cardiovascolare: tra queste le più comuni sono sovrappeso e obesità (spesso causate da una vita sedentaria e un’attività fisica pressoché nulla), ipertensione, diabete e fumo di sigaretta. Tuttavia, questi fattori di rischio convenzionali non spiegano come mai le persone subiscano un infarto o un ictus in un determinato momento della propria vita, e non prima o dopo. Sono stati quindi identificati anche dei fattori di rischio “a breve termine”, che possono agire da trigger degli eventi cardiovascolari, come per esempio le infezioni, che se croniche sottopongono a stress i vasi sanguigni. Da diverso tempo (quasi un secolo), è stata ipotizzata in particolare un’associazione tra malattie respiratorie dovute a un’infezione di tipo virale (come l’influenza ed infarti e ictus.


L’impatto della malattia influenzale sulla salute cardiovascolare

Due ricerche scientifiche, i cui risultati sono stati pubblicati nel 2018, sembrano confermare questa interessante teoria tramite l’analisi e il controllo incrociato di dati di laboratorio, ricoveri per influenza e casi riportati di eventi cardiovascolari. Il primo studio, svolto presso l’Institute for Clinical Evaluative Sciences di Toronto e coordinato da Jeffrey Kwong, ha confrontato i dati relativi al numero di ricoveri per infarto in un periodo “a rischio” (i sette giorni successivi alla conferma, data da analisi di laboratorio, dell’infezione da influenza) e in un periodo di controllo (una settimana durante l’anno precedente o l’anno successivo alla diagnosi di infezione). I numeri lasciano poco margine di incertezza: i ricoveri durante la settimana “a rischio” erano circa 6 volte più frequenti (20 contro 3,3 a settimana) di quelli nei periodi di controllo. Durante l’analisi dei dati sono stati poi osservati alcuni trend interessanti, anche se non confermati da analisi statistiche: il rischio di avere un infarto nella settimana successiva all’infezione da influenza era maggiore rispetto al periodo di controllo nella popolazione più anziana (oltre i 65 anni di età), e per coloro che non avevano mai subìto un infarto.

Il secondo studio, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Annals of Clinical and Translational Neurology, è stato invece condotto alla Columbia University. Il team di ricerca, guidato da Emilia Boehme, ha preso in considerazione il rischio di ictus ischemico, confrontandone la frequenza nel periodo immediatamente successivo a una sindrome simil-influenzale rispetto a un periodo di lunghezza identica (due settimane) nei mesi precedenti. In base ai risultati registrati, i pazienti che avevano subìto un ictus presentavano una percentuale di ospedalizzazione per sindrome simil-influenzale più alta nelle due settimane precedenti all’evento ischemico rispetto ai periodi controllo, suggerendo quindi che l’infiammazione causata dal virus influenzale possa aumentare, nel breve periodo, il rischio di ictus. La ricerca mostra inoltre che le persone che hanno subìto un ictus nelle due settimane successive all’infezione virale presentano molto più frequentemente comorbidità, come insufficienza cardiaca, depressione, disordini vascolari periferici e artrite reumatoide. C’è inoltre un dato collaterale, ma molto interessante, notato dal gruppo di ricerca: la correlazione tra sindrome simil-influenzale e ictus era maggiore nei pazienti più giovani, anche al di sotto dei 45 anni di età. Si tratta di un elemento fortemente significativo, se si pensa che attualmente una porzione di circa il 10-14% degli ictus riguarda persone adulte di età compresa tra i 18 e i 45 anni.


L’influenza in Italia

L’influenza viene trasmessa tramite le goccioline che si diffondono con i colpi di tosse e gli starnuti o tramite contatto con le secrezioni respiratorie, come il muco. Il suo periodo di incubazione varia da uno a quattro giorni, e le persone infette possono diffondere la malattia ad altre persone anche prima dell’insorgenza dei sintomi. Si tratta di un serio problema per la sanità pubblica, che rappresenta un’importante voce di spesa –a livello di costi sia diretti sia indiretti – se si considera la gestione dei pazienti (anche per quanto riguarda le complicanze legate alla malattia) e l’attuazione di opportune misure di controllo e prevenzione. In Italia, analogamente a quanto succede negli altri Paesi europei, è stata istituita una rete per la rilevazione stagionale delle sindromi influenzali, chiamata InfluNet: i dati raccolti da questa rete, di cui fanno parte medici “sentinella” distribuiti capillarmente sul territorio nazionale, permettono di stimare che, ogni anno, le sindromi influenzali colpiscono tra il 4 e il 15% della popolazione italiana, a seconda del tipo e delle caratteristiche degli agenti patogeni in circolazione. I virus dell’influenza sono infatti diversi, e si possono dividere in due categorie principali: quelli di tipo A e quelli di tipo B, ciascuno contenente una serie di sottogruppi. In Italia l’effetto di questi virus inizia durante l’autunno, con l’abbassarsi delle temperature, per raggiungere il picco di diffusione durante l’inverno. In primavera ed estate, invece, l’azioni dei virus influenzali è trascurabile.


I possibili benefici della vaccinazione antinfluenzale

Ad oggi, la vaccinazione (insieme all’adozione di alcune norme igieniche di base, come lavarsi spesso le mani e coprirsi bocca e naso quando si starnutisce) è la forma più efficace di prevenzione dell'influenza. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e il Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale (2017-19) indicano il 75% di copertura per la vaccinazione antinfluenzale come obiettivo minimo e il 95% come obiettivo ottimale per le persone sopra i 65 anni di età (popolazione generalmente più a rischio di eventi cardiovascolari) e per le categorie a rischio. Tra queste categorie rientrano le persone affette da patologie dell’apparato cardiocircolatorio (comprese le cardiopatie congenite e quelle acquisite), i pazienti che soffrono di diabete mellito e altre malattie metaboliche, le persone obese con indice di massa corporea (Body Mass Index, BMI) superiore a 30.

Per queste persone la vaccinazione antinfluenzale stagionale (che è raccomandata e offerta gratuitamente e attivamente dal Servizio Sanitario Nazionale) può quindi rappresentare un valido strumento di prevenzione non solo per le complicanze dell’influenza, ma anche - come abbiamo visto – di infarti miocardici e ictus.


Bibliografia essenziale

Boehme AK, Luna J et al (2018) Influenza-like illness as a trigger for ischemic stroke. Annals of Clinical and Translational Neurology 14;5(4):456-463.
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5899905/pdf/ACN3-5-456.pdf

Kwong JC, Schwartz KL et al (2018) Acute myocardial infarction after laboratory-confirmed influenza infection. N Engl J Med 378 (4): 345-353.
https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/nejmoa1702090

ISTAT. Mortalità per territorio di evento.
http://dati.istat.it/Index.aspx?QueryId=26428#
(ultimo accesso 29 settembre 2021)

Ministero della salute. Prevenzione e controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2021-2022
https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/renderNormsanPdf?anno=2021&codLeg=79647&parte=1%20&serie=null
(ultimo accesso 29 settembre 2021)